venerdì 11 luglio 2008

ROM, ZINGARI, GITANI, SINDI, KALI. FATTI E MISFATTI, AVVENTURE E DISAVVENTURE DEI TUAREG D’EUROPA

Una voce fuori dal coro , gli zingari tartassati e trattati male dall società europea trovano in cardini un difensore non troppo tenero.
L' integrazione tra la nostra società e quella zingara è impossibile , d' altra parte è ingiusto trattar male questa gente a prescindere, e dunque cosa fare ?

“...la dignitad del hombre es
mas alta que el pan,
mas alta que la gloria,
mas alta que la propia supervivencia”
(da un inno cubano in onore di Ho Chi Min)

Confessiamocelo: anzi, ammettiamolo; anzi, dichiariamolo; meglio, gridiamolo con tutto il fiato che abbiamo in corpo. Aver la scalogna di abitare vicino a un campo nomadi è una gran seccatura e può anche diventare un pericolo. Gli “zingari” magari non ruberanno sistematicamente i bambini, nè saranno sul serio degli esperti in magia e jettatura. Però è vero che sono sporchi, inopportuni, maleducati, spesso brutti e qualcuno anche cattivo; che sono dei ladruncoli e talvolta dei violenti. D’altronde, chi l’ha mai inventata questa storia che i poveri sono buoni? I poveri in genere sono cattivi o quanto meno incattiviti, perchè la povertà – quando non è quella volontaria di Francesco d’Assisi e di Teresa di Calcutta – è una peste, una maledizione. E poi, non è che loro siano poi così poveri come dicono. Il fatto è che non hanno granchè voglia di lavorare. E insomma, in quanto ospiti – e, dal momento che sono dei nomadi, per definizione ospiti provvisori -, dovrebbero imparare almeno alcune regole-base della convivenza civile, vale a dire “urbana”. Regole igieniche e comportamentali, norme elementari di convivenza. D’altronde pensate, questo è il punto, per la società occidentale moderna, che è sedentaria. Ora, però, la loro identità è quella di nomadi. Vecchio problema: forse uno dei piu antichi del mondo.
Per i sedentari, i nomadi sono sempre brutti, cattivi, superstiziosi, violenti. Per i nomadi, i sedentari sono ricchi, gretti, egoisti, vigliacchi e violenti anche loro. E’ l’antica opposizione tra pastore che deve muovere le greggi almeno per la transumanza stagionale e contadino che deve risiedere di continuo sulla sua terra: Abele versus Caino, Remo versus Romolo. L’antica questione dei valla romani e delle muraglie cinesi erette contro i barbari feroci e misteriosi che vengono dalle profonde lontananze dei deserti e delle steppe. E’ l’opposizione tra i campi aperti e le enclosures, tra gli avidi e bigotti agricoltori che pretendevano di recintare le “loro” terre e i cow boys che avevano bisogno di farci passare attraverso le loro mandrie, di pasturarle, di abbeverarle. Diciamo pure che, a livello mondiale, hanno ormai vinto i sedentari, gli eredi di Caino e di Romolo. Ci avete fatto caso al fatto che, secondo la Bibbia, sono quelli della stirpe di Caino gli inventori delle città e – con Tubalcain - di tutte le piu elaborate tecnologie, dall’arte dei fabbri alla musica. Ci avete mai pensato al fatto che la storia di Caino e Abele e quella di Romolo e Remo si somigliano dannatamente, e che la parte del feroce assassino la fa sempre l’onesto e industrioso agricoltore sedentario?
E qui la faccenda si fa seria e grave per i tempi nostri e per il processo storico dell’umanità presente e futura. Ho detto processo: non progresso. E’ in atto da secoli un sistematico processo di sedentarizzazione dei gruppi etnici nomadi: esso riguarda i kuchi irano-afghani non meno dei beduini tra Israele e Giordania e dei Tuareg del nordovest africano. In passato, c’è chi li ha sterminati senza troppi problemi: pensate a quale ch’è avvenuto con i native Americans nel continente americo-settentrionale e quel ch’è quasi avvenuto in Europa con gli zingari, che i nazisti perseguitavano non tanto come “razza inferiore” e “inquinante” (i loro antropologi sapevano bene che si trattava di gente “aria”, per quanto fingessero di dimenticarsene), quanto come “asociali”. In effetti, in una società come la nostra occidentale – che ormai ha proposto/imposto il suo modello di sviluppo e di convivenza urbana al mondo intero – il nomadismo può essere strutturalmente e “obiettivamente” antisociale, per evidenti ragioni di organizzazione e di attrezzatura del territorio, di convivenza, di educazione dei giovani, di infrastrutture sanitarie, di esigenze logistiche, amministrative, statistiche e fiscali. Ne consegue che, in linea generale, i piu aperti e moderati di noi – magari perfino un po’ “buonisti” – accettano come cosa ovvia che i nomadi, le consuetudini dei quali sono in contrasto obiettivo con la convivenza civile e con le elementari esigenze di sicurezza, “debbano” essere sedentarizzati. Nel loro stesso interesse, “per il loro bene”. Un lavoro, una vera casa, vaccinazione e istruzione obbligatoria per i figli, istruzione, igiene, sicurezza sociale, apprendimento degli “autentici” valori su cui “si fondano” le società e gli stati di diritto.
Il discorso parrebbe filare. Eppure c’e qualcosa che stride, che non torna del tutto. E’ una vecchia storia. Fino a che punto è lecito fare il bene degli altri anche senza o contro la loro volontà, specie quando in realtà è al nostro bene, al nostro interesse, alla nostra tranquillità che in realta noi puntiamo? E non credo esista nessuno, nemmeno il più rigoroso antirelativista, al quale non sia venuto almeno una volta il sospetto che la Verità vera, quella con la V maiuscola, non sia proprio del tutto quella che lui si sente in tasca: che un po’ di verità e di ragione potrebb’essere anche appannaggio degli altri.
Appunto, gli altri: o, come Tzvetan Todorov ci ha insegnato a dire, “l’Altro”. Dopo l’11 settembre 2001, per moltissimi di noi l’Altro – e nell’accezione peggiore del termine – era diventato soprattutto il musulmano. Ma negli ultimi mesi le cose si sono complicate, specie in Europa. E, se si puo discutere se e in che misura l’esser musulmano (cioè portatore di un’identità religiosa) possa esser compatibile con l’essere europeo (portatore quindi di un’identità geostoricoculturale), è un fatto che alcuni tipi di “Altro”, che di recente sono stati accusati di essere magari addirittura “peggiori dei musulmani” (nel medioevo l’esser “peggiore dei saraceni” era contumelia che si rivolgeva sovente agli eretici; e, in Italia, ai ghibellini), sono senza dubbio alcuno degli europei, sia pure provenienti da aree marginali del nostro continente. Per esempio gli albanesi o i rumeni. E magari i rom, che molti hanno l’aria di credere siano dei rumeni chiamati con una specie di nomignolo abbreviato: in fondo è vero che molti rom parlano rumeno e provengono dalla Romania. Omofonie, omonimie, assonanze, “falsi-amici” e via discorrendo. Prendetevi il bel manuale enciclopedico di Michel Malherbe, Les langages de l’humanité (Paris, Laffont, 1995), e fatevi una bella cavalcata lunga 1734 pagine per tutte le lingue del genere umano. Vedrete quante cose divertenti troverete. Una volta un mio buon amico ha fatto sbellicare dalle risate un austero convegno di studiosi castigliani, esordendo col dire di esser molto embarazado a dover parlare in quella solenne sede. Perchè quella parola in spagnolo esiste: ma non significa “imbarazzato”, bensì “incinto”. La parola araba salam, uno dei key-words delle chiavi della cultura musulmana, ci fa sempre un po’ ridere perche ricorda il nostro “salame”; al contrario, essa incute una sorta di arcano rispetto nei finlandesi, che chiamano salama il fulmine.
Con giochetti del genere si potrebbero riempire libri interi: l’essere umano riesce ad esprimere, mettendo in gioco labbra, denti, lingua, trachea, corde vocali e cavità nasale, una settantina di suoni circa: e con essi e stato in grado di costruire migliaia di sistemi linguistico-lessicali, idiomi, dialetti, argots. Numerose dunque omofonie, omonimie e coincidenze talora divertenti. Altre volte, gli equivoci possono essere tanto intricati quanto pericolosi. Ne abbiamo vissuto uno molto di recente.
Nel maggio 2008, abbiamo avuto la per alcuni piacevole, per altri raccapricciante sensazione che la società italiana avesse scovato un altro “Nemico metafisico”, di quelli ai quali in tempi di crisi si addossano tutte le responsabilità delle sciagure che ci capitano. Un altro capro espiatorio. I rom. Un efferato delitto romano, il tentato sequestro di un bambino o qualcosa ch’è stata ritenuta tale a Napoli, e alcune reazioni “spontanee” (?), “della gente”(!), hanno scatenato episodi di caccia all’uomo e di tentativi di linciaggio e d’incendio di campi-nomadi. Ma molti buoni cittadini, davvero tali – la definizione, qui, non è ironica -, non se la sono sentita di condannare del tutto gli episodi d’intolleranza: cittadini stanchi di venir importunati da accattoni, di venir derubati, di non poter tranquillamente uscir di casa o rientrarvi, di non poter parcheggiare senza l’incubo del finestrino sfondato o perfino delle ruote asportate. L’Unione Europea ha richiamato energicamente l’Italia ai suoi doveri d’ospitalità, il governo spagnolo – che non è molto tenero, in casa sua, nei casi di problemi analoghi – ha accusato la “xenofoba” Italia. Oltretutto, questo è un fenomeno intracontinentale, interno all’Unione: lo è anche, e fino a che punto, “intraculturale”? I rom non sono extracomunitari, sono cittadini europei. Ma a renderceli estranei, al di là della lingua, dell’aspetto e dell’abbigliamento, sono le consuetudini e le abitudini connesse con il nomadismo. L’Europa è un mondo di sedentari: può accettare e tollerare, nel suo tessuto sociale e civile, dei “beduini”, dei tuareg? E dovrebbe magari, addirittura, tutelare la loro “cultura”, la loro “diversità”, e giungere a sentirla come un patrimonio comune, una ricchezza? Nonostante la sporcizia, le minacce, le violenze, l’accattonaggio molesto? Oppure dovrebbe imporre ai nostri “zingari” una decorosa e magari pittoresca linfa vita di simpatici giocolieri, di onesti e raffinati forgiatori di lucidi utensili di rame, di magari linde e agghindate chiromanti, in deliziosi accampamenti di carri dipinti a fiori, con bei costumi all’ungherese o all’andalusa, come gli Zigeuner dei film dedicati a Sissi con la giovane Romi Schneider, o come quelli che si vedono nelle operette di Lehar e di Strauss? Sarebbe carino: peccato solo che quegli zingari li non siano mai esistiti; o che si vedano magari solo qua e là, durante la festa delle Saintes-Maries in Camargue, il 24 maggio, o al pellegrinaggio pentecostale del Rocio nella marisma di Huelga in Andalusia, o quando suonano il violino e danzano nei ristoranti di Budapest o eseguono il tablao in quelli di Granada. Ma questo è romanticismo di quint’ordine, e paccottiglia folkloristica per turisti dalla bocca buona.
E allora, siamo seri. Il problema c’è. Molti rom vengono dalla Romania: è un dato di fatto, per quanto tale etnia nomade sia diffusa un po’ dappertutto, soprattutto dalla Russia ai Balcani e anche altrove. Non è facile essere nomadi e portatori di una fiera e complessa cultura nomadica e tribale, in una società sempre più sedentaria e irta di confini e di regole, dove non si può certo sopravvivere allevando cavalli e lavorando il rame. Ormai da almeno tre secoli i rom, presenti in modesti nuclei familiari anche in Europa occidentale, nel Vicino oriente e in America, tengono circhi equestri – ricordate, una quarantina di anni fa, la bellissima Liana Orfei e la sua canzone, Ima sindha, “Sono zingara”? -, fanno i giostrai, vendono amuleti, leggono la mano, rubacchiano. Si spostano di continuo, non mandano i bambini a scuola; una radicata “leggenda urbana”, che in passato essi stessi hanno contribuito ad alimentare, li vuole rapitori e venditori abituali di bambini. E’ buffo che in un mondo nel quale l’ONU segnala la crescita inquietante dei bambini africani e sudamericani venduti con la complicita delle lobbies multinazionali per prelevare loro gli organi da utilizzare nel mercato dei trapianti, la gente non si curi di tale orribile e diffusa pratica e corra invece dietro alle leggende urbane: ma tant’è. Come l’inquietante protagonista de La patente di Pirandello, gli “zingari” sbarcano il lunario sfruttando non solo al loro abilità di borseggiatori e di ladruncoli, ma anche la superstiziosa paura che sanno d’incutere alla “gente per bene” alla quale impongono elemosine, acquisti di brutti portafortuna ed estemporanee sedute di chiromanzia minacciando in caso di rifiuto tremende maledizioni.
Il termine rom significa “semplicemente “essere umano”, o anche “marito”, in alcuni degli idiomi zingareschi: consiglio la consultazione del libro di Giulio Soravia e di Camillo Fochi, Vocabolario sinottico delle lingue zingare parlate in Italia (Roma 1995). La base di tali parlate è una vera e propria lingua del tutto ignorata nel manuale del Malherbe, il romanesh, che non significa nulla che abbia a che fare ne con il rumeno ne con il romanesco – e nemmeno con l’arabo rum, che indica Roma, ma anche la civiltà bizantina e i cristiani di rito orientale o in genere i cristiani d’Oriente (quelli d’Occidente sono faranj, “franchi” -, ma che vuol dire appunto, semplicemente, “lingua degli uomini”. Si tratta, all’origine, di un idioma del gruppo ario nordoccidentale, suddiviso in varie famiglie e privo di una letteratura scritta, per quanto sia ricchissimo di una cultura orale tradizionalmente tramandata. E' ormai piano di parole arabe, persiane, turche, russe e di varie lingue europee: corrispondenti insomma al mondo che questo curioso popolo nomade ha attraversato nei secoli. Provengono dall’India nordoccidentale, soprattutto dal Rajastan, da dove hanno tratto il loro nome di sindi (analogo a “indu”), italianizzato in “sinti” Il sindhi, o urdu, e oggi la lingua parlata in Pakistan; analoga allo hindi parlato nell’India settentrionale e gangetica. A disagio nel rigido e complesso sistema castale indù che li relegava in una bassa e disonorevole condizione, i rom si mossero dalle loro sedi originarie tra V e IX secolo, e procedendo verso ovest attraversarono la Persia, l’Armenia, l’Anatolia e i Balcani, giungendo nell’Europa occidentale ai primi del secolo XV. Avevano desunto il loro nome di “zingari” dal termine greco athinghanos, “eretico”, con il quale i bizantini – che cercarono subito di liberarsene – li designavano guardando con sospetto alla loro religione sincretistica. Ma il termine “tzigano”, corrispondente al francese gitan, al tedesco Zigeuner, al castigliano jitano a ll’inglese gipsy, derivano tutti dal latino egyptiacus in quanto si diffuse presto la notizia ch’essi provenissero dall’Egitto meridionale. Il fatto che essi comparissero proprio nell’Europa del Quattrocento, sconvolta dalle ricorrenti ondate di epidemia di peste, fece si che anche la loro presenza giungesse ad alimentare quella crisi collettiva del nostro continente che aprì la strada alla lunga stagione della “caccia alle streghe” (appunto tra Quattro e inizio del Settecento) e dell’antigiudaismo segnato da provvedimenti restrittivi (già avviati nel medioevo) e dall’istituzione dei ghetti. Lo zingaro si accompagnò alla strega e all’ebreo come figura di quel che Norman Cohn ha potuto definire l’inner enemy, il “nemico interno” dal quale la società occidentale si sentiva minacciata. Interessanti rilievi al riguardo sono verificabili anche nelle pagine con le quali si apre la Storia notturna di Carlo Ginzburg. Giova ricordare che l’età d’oro (si fa per dire) della persecuzione contro le streghe e gli ebrei non fu tanto il buio medioevo quanto il luminoso Rinascimento (un malizioso ha commentato una volta che esso era tale, cioè appunto luminoso, in quanto ben illuminato dalla luce dei frequenti roghi: i cattolici erano specializzati nel bruciare soprattutto gli eretici, mentre il primato dei roghi delle streghe spetta ai riformati, soprattutto calvinisti).
La politica dei vari governi, tendente a sedentarizzare gli zingari e di fatto quindi a deculturalizzarli, non ebbe mai pieno successo. In Spagna ci si riuscì piu o meno: e i jitanos (che non vanno comunque confusi con un altro gruppo, i kali, cosi chiamati dal persiano kpouli, “vagabondo”) si fissarono soprattutto in Andalusia (un povero kali fu insieme con alcuni padri claretiani vittima, nel 1936, d’un spaventoso eccidio perpetrato dalle milizie anarchiche nel 1936 a Barbastro in Aragona: ed è stato santificato insieme con i religiosi); nell’Ungheria del XVIII-XIX secolo la politica di sedentarizzazione non ebbe successo, così come altrove non ne avuta quella analogamente tentata nei confronti di kuchi, “beduini” o tuareg. Nelle terre valacche e moldave, dove sono presenti dal Trecento (e che corrispondono all’attuale Romania), essi furono addirittura ridotti in schiavitù. La loro origine, sicuramente aria, avrebbe dovuto se non altro farli amare – come s’è gia detto - dai nazisti. Macchè: considerati “antisociali”, sparirono a centinaia di migliaia nei Lager: quello di Birkenau era specializzato in tzigani. Ormai sono rimasti forse un paio di milioni di “zingari” in tutto il mondo. Le proporzioni del loro massacro collettivo sono quantitativamente ignote, e sembra che – in questo mondo di continuamente comnclamato “dovere della memoria” – ciò non interessi nessuno. Non meraviglia granchè il fatto che al giorno d’oggi alcuni contorti nipotini dell’antisemitismo nazista, ormai passati per ragioni di opportunismo politico al piu rigoroso filosionismo, riversino sui rom il loro razzismo latente e mai metabolizzato. Un transfert piuttosto lurido: ma interessante sotto il profilo della psicosociologia e dell’analisi delle strategie politiche di basso profilo delle quali il nostro paese in questo periodo abbonda. Del resto, di storie di perbenismo assassino sono pieghe le pieghe delle vicende europee: progetti e tentativi di sterilizzazione o di sottrazione legalizzata dei bambini (“per il loro bene”, naturalmente) sono stati ideati o anche parzialmente attuati in Svizzera, Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Spagna. La ministoria delle infamie organizzate dalla NATO ai danni degli zingari balcanici durante l’aggressione (“umanitaria”) del 1999 alla Serbia, di cui si fece purtroppo complice anche l’Italia, resta in parte ancora da scrivere.
E i rumeni? Non c’entrano nulla: anzi, hanno sempre alquanto maltrattato i rom e si offendono quando vengono ad essi avvicinati a causa dell’omofonia. Il termine “Romania” venne adottato soltanto nel 1862, allorche con il favore delle potenze occidentali le genti di Valacchia, Moldavia, Transilvania, Bucovina e Bessarabia raggiunsero l’unita nazionale e si scelsero il nome del loro prevalente idioma, neolatino, chiamato cosi in omaggio a Roma. Quindi, i concittadini che amano lo sport del pregiudizio xenofobo imparino almeno a distinguer bene tra le varie specie umane che sono intenzionati a perseguitare.
Sul numero 2 del 2008 della rivista “Vita e Pensiero”, Herman Vahramian ha provato a tracciare il profilo de La vera storia degli zingari. Si tratta di sei utili paginette, da meditare. Su “La Repubblica” del 20 maggio 2008 un’interessante intervista ad Alain Touraine, Perche ci sentiamo sempre piu minacciati, traccia un interessante identikit del rapporto tra i tabù del “diverso-da-noi”, il disagio sociale d’un’età d’incipiente crisi come la nostra, il disorientamento d’una “identità” comunitaria della quale fino a pochi anni nessuno da noi si preoccupava (al contrario: si faceva di tutto per distruggerla) mentre oggi è divenuto perfino un luogo comune dichiarar minacciata (come se le identità si potessero veramente minacciare dal di fuori), la difficoltà di cogliere la complessità dei processi sociali di cambiamento. Fra l’altro Touraine, sollecitato dall’intervistatore Fabio Gambaro sul “buonismo” della sinistra e sulla sua costante disposizione a stare sempre “dalla parte dell’Altro”, reagisce in modo sacrosanto, ricordando come in passato, nel nome dei valori dell’illuminismo e del progresso, essa abbia “umanitariamente” giustificato quel colonialismo che la destra giustificava nel nome della volontà di potenza e delle esigenze economiche. Come si batte, quindi, la xenofobia? Discussione, riflessione e approfondimento, risponde Turaine: “consentono di evitare le reazioni irrazionali. Solo così si sfugge alla paura”. Ineccepibile e indispensabile. Ma non sufficiente. Perchè ci sono anche i problemi sociali da risolvere: e ci sono da smascherare i furbastri che da una parte lucrano sulla miseria, dall’altra incitano demagogicamente i poveri a far la guerra ai poveri. Come certi imprenditori italiani, che trasferiscono le loro aziende in Romania sfruttando il lavoro rumeno sottocosto e sottraendo lavoro alla potenziale manodopera italiana, approfittano (magari “al nero”) del lavoro degli immigrati da noi, ma al tempo stesso finanziano i gruppi e i partiti che cavalcano la xenofobia sostenendo che gli immigrati “ci rubano il lavoro”. Approfondiamo il tema degli interessi italiani in Romania, con oltre 25.000 imprese del nostro paese laggiù presenti (in territorio rumeno si stampa in italiano anche il quotidiano “Il gazzettino rumeno” e il settimanale “Sette giorni”): sono coerenti con quello che di solito si definisce o si dovrebbe definire “l’interesse nazionale”? Se sì, quanto e fino a che punto sono stati minacciati dai recenti scoppi di sentimento antirumeno in Italia? E, se no, quanto lavoro sottraggono ai ceti subalterni del nostro paese per aumentare i profitti degli imprenditori e degli azionisti in borsa? Riprendiamo il tema dei moti xenofobi “spontanei” del maggio 2008 in Campania: e chiediamoci che cosa ci fosse dietro alla strana coincidenza del fatto che alcuni campi-nomadi sorgevano su terreni in qualche modo sospetti di poter esser coinvolti in manovre di speculazione edilizia.
Sul piano storico e antropologico, la “questione zingara” e comunque importante e purtroppo non adeguatamente studiata. Chi volesse qualche informazione in più, senza bisogno di ricorrere a pubbblicazioni specialistiche (poche, peraltro), puo rivolgersi ad A. Colocci, Gli zingari. Storia di un popolo errante, Torino 1889 (ristampa anastatica, Bologna s.d.), a F. Cozannet, Gli zingari. Miti e usanze spiritose, tr.it., Milano 1975, a D. Kenrick – G. Puxon, Il destino degli zingari, tr.it, Milano 1975. Ma gli zingari continuano a sfuggirci: è stupefacente, e allarmante, com’essi riescano a non farsi scovare nemmeno dal vaglio implacabile della Storia del folklore in Europa di Giuseppe Cocchiara, un’opera ormai vecchia di oltre mezzo secolo ma dall’erudizione della quale non si può comunque prescindere. Eppure dobbiamo loro tanto: soprattutto nel mondo della musica, e non solo nelle forme del flamenco spagnolo. Senza la musica tzigana – o gitana – sarebbero impensabili un Liszt, un Ciajkowskji, un Rakhmaninov, un Bartok, uno Chopin, un De Falla. Si parla molto di genocidi, al giorno d’oggi: per quanto in realtà si preferisca glissare su alcuni di essi, come se il loro ricordo potesse in qualche modo offuscare la memoria di altri (mentre sarebbe semmai vero il contrario). Ma non si è mai abbastanza attenti alla categoria di etnocidio, cioe di distruzione non già fisica di uomini o di gruppi umani, bensì di culture. Siamo ancora poco attenti a quelli che definiamo i “patrimoni immateriali”: valori linguistici e dialettali, saperi legati alla vita quotidiana e ai modi di produzione superati dal progresso eppure profondamente connessi con l’identità dei popoli e via dicendo.
Ecco: queste considerazioni non spostano nemmeno di un millimetro il fatto che i campi-nomadi siano focolai d’innumerevoli forme di contagio, non meno medico che sociale; e che i rom siano un problema. Però la storia è sempre complessa, e a tutto c’ò sempre una risposta semplice: che è immancabilmente quella sbagliata. La prossima volta che scacciate a male parole il ragazzino rom che cerca di rifilarvi in pizzeria la solita rosa rossa semiavvizita, pensate anche a Liszt e a Nostra Signora del Rocio, insieme a tante altre grandi e piccole cose senza le quali la nostra Europa non sarebbe quella che è . Se così facendo vi accorgete di vergognarvi un pochino, vuol dire che godete moralmente e culturalmente di una discreta salute.
Auguri.
Franco Cardini

da www.francocardini.net

giovedì 19 giugno 2008

RUGBY: In campionato vince il Calvisano

Nella finale di Super 10 la squadra bresciana batte Treviso 20-3 grazie ai calci di Griffen e le mete di Treloar e Pratichetti. Per il club bresciano è il secondo scudetto dopo il titolo del 2005

I giocatori del Calvisano esultanti dopo la vittoria. Fama
MONZA, 7 giugno 2008 - Rimbalzo giusto o beffardo, non sai mai dove può andare lo scudetto ovale. Anche l’anno scorso, a 10’ dalla fine, Treviso l’aveva praticamente perso, poi si sa com’è andata. Quest’anno, con merito, va a Calvisano. Il 20-3 finale è lo specchio più della stagione che di una gara condotta comunque con sicurezza e personalità, pochi scivoloni e tanti progressi di singoli (Ghiraldini, Garcia, McLean) e squadra. Peccato perché il Benetton alla fine ha perso più la faccia che la finale, chiudendo con due uomini in meno per giallo a Louw e rosso a Goosen nel momento chiave dell’incontro. “Ma non abbiamo e non volevamo vincere per un episodio disciplinare” chiarisce coach Delpoux. E gli 8 mila del Brianteo gli danno ragione.
CONTINUITA’ - Per Calvisano è il secondo titolo dopo quello del 2005, ancora contro Treviso. Nitoglia, Griffen e Purll i superstiti di una squadra che da allora ha perso i due piloni azzurri Castrogiovanni e Perugini per trovare, però, un grandissimo Ghiraldini, 23 anni e già capitano dei gialloneri e della nazionale nei prossimi test match con soli 10 caps all’attivo “Ma i gradi non pesano – sorride alla fine – altrimenti non la vivresti nel modo giusto. Questo è il mio anno incredibile e spero duri ancora molto”. E’ stato lui, alla fine, l’mvp di una finale aperta da Griffen al 14’, chiamato a calciare dalla semifinale dopo gli errori di McLean. Il primo giallo dell’incontro per Antonio Pavanello al 17’, secondo placcaggio sopra la spalla in pochi minuti. Con l’uomo in meno, il Benetton non solo tiene ma comincia a costruire quella trama di gioco che porta a due possibili mete nel finale di tempo.
TMO E REGOLE – E’ al 37’ che entra in azione il tanto discusso Tmo: l’esordio sperimentale della moviola nella semifinale tra Calvisano e Petrarca aveva scatenato l’ira dei veneti per una meta ingiustamente annullata dopo l’utilizzo (errato) del replay. In finale, invece, torna utile per annullare la meta del trevigiano De Jager, che prima tocca la bandierina e poi schiaccia a terra. Fischio giusto quanto paradossale, visto che dal primo agosto con le nuove regole quella bandierina non sarà più lì. Il pubblico capisce, aiutato anche dalla “radio campo”, scatoletta monofrequenza sintonizzata sul microfono dell’arbitro distribuita prima del match. Finisce così il primo tempo, con il tentativo di drop di McLean abbondantemente fuori.
BRUTTO FINALE – Pronti, via e a Griffen (alla fine 4/5 nei piazzati) risponde Goosen: 6-3 al 10’ della ripresa.Treviso cambia quasi tutta la prima linea ma a rompere gli indugi un quarto d’ora più tardi è il Cammi: Ghiraldini va via di potenza e trova in Purll il perfetto assist-man per Treolar. Con la realizzazione di Griffen è 13-3. Il Benetton non reagisce e anzi soffre gli errori di Vidal in touche. Fino al 35’: Louw placca in ritardo Griffen ed è rissa. Di colpi proibiti ne volano molti ma alla fine l’unico cartellino che esce è un giallo per il sudafricano. Goosen, l’uomo-simbolo, non la prende bene e il “Vaffa” all’arbitro è il rosso che chiude il match. Le manone coreografiche del pubblico biancoverde volano in campo come schiaffi ai ragazzi che non hanno saputo – per ultimi – rimediare all’annus horribilis del sport trevigiano: dal basket alla pallavolo, neanche un trofeo.


da www.gazzetta.it

L'ITALIA ABBATTE LA FRANCIA E RINGRAZIA L'OLANDA


L'Italia batte la Francia 2 a 0 con una grande prova di forza e di volontà.
I francesi esco dall' europeo in maniera rocambolesca, nessuno ci avrebbe scommesso.
E qui inizia la sequela dei complimenti.
Complimenti a Donadoni che ha raccolto la pesante eredità di Lippi e con un colpo al cerchio ed uno alla botte sta facendo andare avanti l'Italia.
Complimenti a Toni che ha guadagnato il rigore che ha cambiato la partita ( anche se un' altro goal lo poteva anche fare)
Complimenti a Pirlo che il rigore lo ha buttato dentro con precisione chirurgica.
Complimenti a Buffon che il rigore lo ha parato a Mutu con la Romania.
Complimenti a De Rossi che è maturato e può essere il trascinatore di questa Italia.
Ma soprattutto grazie Olanda che ti sei comportata da galte vincendo con la Romania

domenica 8 giugno 2008

CHIOSCHINO DI PIAZZA SAVONAROLA LA GIOVENTU' FIORENTINA


Quest' estate, come un' po tutti gli anni Firenze offre molto poco dal punto di vista dei divertimenti, con il centro sbarrato dalla ZTL notturna , non resta altro da fare che accontentarsi.Per andare a ballare restano punti fissi il meccanò ( forse un'po peggiorato) e il central ( decisamente migliorato).Ma per bere qualcosa? dove andare, ci sarebbe negroni e zoe se non fosse impossibile raggiungerli in macchina.E allora ? dove andare ? sono eterne riunoini per decidere che fare , dove andiamo stasera ? chiede il primo. Ma non saprei? risponde l' altro. Che fare? Savonarola ? E' si ... via allora andiamo .
Arriviamo in piazza Savonarola, salutiamo i nostri conoscenti, i nostri amici.
C' chi prende da bere chi resta a chiaccherare, chi scherza e chi addirittura gioca a pallone.
Per non parlare di altri effetti divertenti che si possono presentare , c'è chi fuma e c'è chi non contento della solita monotonia promuove risse e scazzottate.
Ma questa è un' altra storia....
A presto Marco

ZITTI ! vado via .... ormai tutto è deciso.

Ieri sera mi trovavo, in piazza Savonarola, luogo ormai più abusato di un' estate di noia e di studio. Mi son trovato a parlare con fonti certe che mi hanno rivelato importanti retroscena sull' affare Mutu.
Il giocatore vuole assolutamente un ingaggio da 4 milioni l' anno per poter pagare la famigerata multa di 12 milioni rifilatagli dal chelsea.
Ancora manca il processo di appello, ma la Fiorentina vuole stare sicura.
Per le nuove norme UEFA Mutu si potrebbe svincolare dalla società viola il prossimo anno.
Non ce ne dovrebbe essere bisogno se fosse eliminata la condanna , ma non avendo certezze Corvino sembrerebbe intenzionato a vendere il giocatore per una cifra non inferiore a 20 milioni di euro.
In sostituzione potrebbero arrivare Affellay, Pandev, Di Natale o Giuseppe Rossi.
La fiorentina che stava costruendo la squadra stellare per il prossimo anno si troverebbe ancora una volta alle prese con una cessione importante , la terza dopo Toni e Ujfalusi.
Il fenomeno non dovrebbe più vestire la maglia viola, anche dopo che i aveva giurato amore eterno.Ci vuole pazienza.
Ma è anche il momento di rivedere le politiche sugli ingaggi dei giocatori , non è possibile perdere tutti i grandi campioni come fossimo una squadra di seconda fascia. Firenze rivuole il proprio posto, il posto che gli spetta, un posto tra le grandi.

sabato 7 giugno 2008

GOMORRA, un film che piace alla critica.


Stiamo parlando dell' ultimo film di Garrone, appena uscito nelle sale cinematografiche un introspezione nella società napoletana governata dalla camorra e dalla delinquenza.
Nascere in un rione ,piuttosto che in un altro vuol dire parteggiare per una o per l' altra fazione, vuol dire diventare un delinquente o no. E' difficile opporsi a questo sistema, soprattutto dai giovani che spesso vengono risucchiati dentro senza accorgersi, che spesso non comprendono la gravità dei propri gesti, che li compiono con la leggerezza con cui noi mangiamo o andiamo a letto .
La vita non ha valore nella Napoli della camorra, gli unici valori sono il rispetto e i soldi.
Questo film rappresenta un giusto spacca di quello che quotidianamente avviene a Napoli, e non si può negare che la storia sia drammatica e triste. Napoli assume il volto di un luogo in cui spesso non si conosce neanche l'italiano, dove si parla in dialetto, la Napoli che tutti conosciamo per il turismo è lontana anni luce.
Il film in quanto tale però a me non è sembrato dei migliori lento nello svolgimento e mediocre nella fotografia, purtroppo come al solito in italia in questo campo non si riesce più ad eccelere da molti anni , se non per le dovute eccezioni che però restano tali

CONVOCAZIONI IN NAZIONALE.


Si stanno avvicinando gli Europei, sono già state consegnate le convocazioni , nessun giocatore viola vestirà la maglia azzurra, solo Gamberini è stato ripescato all' ultimo minuto a causa dell' infortunio di Cannavaro. E' un caso particolare ma la fiorentina con ZERO convocati ha in rosa almeno 7 titolari di nazionalità italiana Gamberini, Dainelli, Gobbi, Montolivo, Donadel, Semioli, Pazzini. Ci siamo qualificati al quarto posto davanti anche al Milan che invece di convocati ne ha 3.Certo sono nomi importanti come Pirlo , Gattuso e Ambrosini. In estremis è fortunatamente arrivata la convocazione di Gamberini che avrà il compito di tenere alta la bandiera viola e di rappresentarci ai campionati europei. Anche la Romania ha lo stesso numero di convocati tra i giocatori della Fiorentina: 1, Adrian Mutu. Come al solito veniamo visti come gli ultimi della classe, continuiamo ad essere la squadra di provincia anche se abbiamo intrapereso un percorso per non esserlo più. Speriamo di continuare e poter sbattere la realtàun giorno in faccia a questi signori.